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Pescara

Vito Taccone e l’orgoglio abruzzese: il trionfo del 1966

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La storia del Trofeo Matteotti è intrecciata a doppio filo con quella dell’Abruzzo e dei suoi campioni. Tra le pagine più significative della corsa pescarese spicca senza dubbio l’edizione del 24 luglio 1966, quando a imporsi fu un figlio di questa terra: Vito Taccone.

Soprannominato il “Camoscio d’Abruzzo”, Taccone incarnava lo spirito combattivo e generoso del ciclismo degli anni Sessanta. Scalatore tenace, corridore istintivo e spettacolare, capace di accendere la corsa con attacchi improvvisi, seppe conquistare il pubblico grazie a uno stile battagliero e a un carattere forte, mai banale.

L’edizione numero 21

La 21ª edizione del Trofeo Matteotti si disputò su un percorso esigente, selettivo, come da tradizione della gara pescarese. Quel giorno Taccone firmò un successo di prestigio, precedendo due nomi di assoluto valore del panorama ciclistico italiano: Felice Gimondi, campione già affermato a livello internazionale, e il trevigiano Adriano Durante.

Fu una vittoria carica di significato: non solo per il valore degli avversari battuti, ma anche perché rappresentò l’ultimo grande acuto della carriera del campione abruzzese. Un trionfo ottenuto sulle strade di casa, davanti al suo pubblico, che ancora oggi resta impresso nella memoria collettiva della città di Pescara e dell’intera regione.

Gli abruzzesi nell’albo d’oro

Ad oggi, sono tre i corridori abruzzesi capaci di iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro del Trofeo Matteotti:

  • Vito Taccone
  • Danilo Di Luca
  • Ruggero Marzoli

Tre storie diverse, unite dall’orgoglio di aver conquistato la corsa simbolo del ciclismo abruzzese.

Un’eredità che vive nel tempo

Ricordare la vittoria di Vito Taccone nel 1966 significa rendere omaggio non solo a un grande atleta, ma anche a un’epoca del ciclismo fatta di coraggio, fatica e passione autentica. Il “Camoscio d’Abruzzo” rimane una figura iconica per il territorio e per il Trofeo Matteotti, esempio di attaccamento alla propria terra e di spirito agonistico.

A distanza di anni, quel successo continua a rappresentare una delle pagine più emozionanti della storia della nostra corsa.

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